The chemist: la Specialista – Recensione

The chemist: la Specialista

Tutti conosciamo Stephanie Meyer e il suo pluripremiato “Twilight”, è inutile negarlo. Ci siamo innamorati dell’uggiosa Forks, della pallida famiglia Cullen e ci siamo lasciati guidare nell’intricata foresta di eventi che, a cascata, invadono il romanzo. Rammentate il triangolo amoroso e la Bella Swan scialba e lamentosa? Ecco, dimenticatela. In questo romanzo Alex è l’eroina che ci saremmo aspettati anni fa. Una donna forte e indipendente, in grado di sopravvivere in un mondo spietato e corrotto. The chemist: la specialista è l’ultimo capolavoro dell’autrice. Pubblicato dalla Rizzoli nel 2016, il thriller pare discostarsi dagli scritti precedenti: nessun’orma paranormale, ne’ esseri soprannaturali. Soltanto pura e crudele realtà.

Medico e biologa molecolare, Alex fugge da ben sei anni. Vive in clandestinità costretta a nascondersi. Sa qualcosa che non dovrebbe sapere. Ma cosa? Prima che la sua esistenza andasse a rotoli lavorava per il governo degli Stati Uniti, torturando criminali e sventando attentati terroristici. Quando le si presenta la possibilità di salvarsi, di smettere di scappare, la coglie. Accetta di collaborare con il governo statunitense per l’ultima volta. In quest’avventura Alex apprende che non tutto è ciò che sembra, che la corruzione dilaga indisturbata e che gli alti vertici politici muovono i fili come burattinai.

«Io non mi preoccupo della marionetta» rispose Kevin. «Mi preoccupo del tizio che muove i fili.»

Che brio, che desiderio, che adrenalina! Lotta al terrorismo, armi biologiche, reparti segreti della CIA, fughe interminabili. Le tematiche trattate risultano curiose ed originali. Se sono realtà vicine alle nostre? Non sappiamo dirvelo. L’autrice illumina eventi in ombra, qualcosa di cui raramente sentiamo parlare. Una giovane senza amici né famigliari, etichettata come fuorilegge, esperta nell’arte della tortura. Un governo oscuro che semina morte e distruzione, mostrando una piacevole sembianza aristocratica e giudiziosa. Una potente attrazione tra esseri umani generata dalla paura ed immersa in cascate di epinefrina.

La Meyer crea un’eroina feroce e spietata, capace di provvedere a sé stessa, che non necessita di una figura maschile al suo fianco. E possiamo ben dirlo, finalmente un personaggio con un bel po’ di cazzimma . Mai senza siringhe di veleno nella cintura e coltellini in scarponi e ballerine. Una donna perfetta per sopravvivere nel crudele mondo dell’opera, descritto con un’impeccabile terza persona.

In anni di esperienza lavorativa Alex ha conosciuto la soglia del dolore fisico e mentale, sfruttando intrugli di droghe letali. Spaventa uomini che non hanno paura di nulla, nemmeno della morte. È capace di estorcere verità celate. È il mostro che vedono nei loro incubi. In fuga, utilizza le capacità da ex interrogatrice per sopravvivere. Abile come poche, Alex mescola composti chimici per stendere i sicari che tentano di assassinarla. Riposa in stanze anonime, indossando maschere antigas e allestendo congegni esplosivi infallibili.

“Un ragno marrone recluso, invisibile al di là della sottile trappola.”

Insomma, la nostra abile protagonista non è vittima come ci aspetteremmo ma predatrice. Basta con lo stereotipo della femminuccia insulsa e sdolcinata, incapace di sopravvivere contando solo sulle proprie forze. Alex è una donna emancipata, libera seppur costretta a nascondersi. Da’ ascolto alla ragione. Obiettività e logica sono i pilastri di una frenetica esistenza costruita nel tormento. Ma che ruolo hanno allora i sentimenti in un’eroina con così tanto sangue freddo? Sono solo inconcepibili distrazioni. Non c’è posto nel suo sagace angolo di mondo per le tempeste ormonali che rischierebbero di distoglierla dai suoi propositi. Gelida come il ghiaccio e incapace di tessere relazioni sociali, non ha mai conosciuto l’amore.

Sebbene Alex sia disgrazia assicurata e pianificazione, detesta fare del male e causare dolore. Accetta lo scomodo lavoro per salvare migliaia di vite umane. Ed ora, non a conoscenza del motivo per cui uno dei governi più potenti del mondo stia tentando di ucciderla, si dilegua nella notte a bordo del suo anonimo veicolo, domandandosi cosa mai sappia di così pericoloso per rischiare la morte. Capace manipolatrice, la ragazza vuole conoscere la verità e, stanca di scappare, accetta l’ultimo incarico affidatole dalla CIA. Di che missione si tratta? Rapire l’americano in contatto con un trafficante di droga per impedire la diffusione di un agente biologico. Tutto ciò che le forniscono, però, è una misera cartellina con poche informazioni e una foto del giovane che deve avvicinare, sedare, rapire e torturare. Il tutto per ottenere la tanto agognata libertà.

Il nome del soggetto? Daniel, un innocuo maestro di Washington, affascinante e di buon cuore. Un tenero brunetto, scolpito e con aria accademica che nulla sembra aver a che fare con la diffusione di un’arma mortale. Si tratta dell’uomo giusto? Alex fa solo il suo dovere: seda il giovane sulla metropolitana, lo carica in macchina come un sacco di patate e lo porta con sé in una fattoria, adibita a laboratorio del dottor Frankenstein, nel West Virginia. Ma non finisce qui. Lo spoglia, lo lega nudo ad un tavolo metallico e traslucido, lo interroga e lo tortura fino alle lacrime, iniettandogli cocktail biotecnologici.

E qui casca l’asino. Daniel ha un fratello gemello, Kevin. Ex agente della CIA ricercato. Il cavalleresco Batman in tenuta stagna, con giubbotto antiproiettile, pistole e coltelli infilati un po’ dovunque, in compagnia del suo fedelissimo cane nero, corre in soccorso del fratellino, piombando dal soffitto con un paracadute e pronto ad uccidere chiunque lo stia torturando. Che grande equivoco, eh? Alex ci vede doppio. Due leoni ben preparati nella stessa gabbia: la specialista e l’agente. Ma allora chi è il colpevole? Ce n’è davvero uno? Chi causerà la morte di migliaia di persone dopo aver venduto un’arma biologica al trafficante messicano?

“Paura di perdere, paura di avere perché questo rendeva possibile la perdita.”

L’espediente narrativo dell’equivoco avvia il romanzo. Lento e poco scorrevole a tratti ma con un ritmo cadenzato e adrenalinico. Ci basti pensare alla fuga e alla segretezza con la quale Alex e i suoi compagni sopravvivono: cambio documenti, nomi falsi, diverse auto per mimetizzarsi, persino travestimenti ben studiati.

Ammettiamo una crudele verità: a meno che non si siano vissute esperienze simili (e speriamo con tutto il cuore che non ci capiti mai), è difficile rivedersi nei singoli personaggi ma l’autrice ci tende una mano, dipingendo una realtà ben lontana dalla nostra che, purtroppo, esiste, descrivendone dettagli con cura maniacale. Lo stile di scrittura usato è minuzioso, non complesso né altrettanto semplice. Dialoghi pungenti ed emozionali ci costringono ad andare avanti, a continuare la lettura. Per gli amanti di descrizioni quanto più possibili dettagliate, questo potrebbe essere il romanzo che fa al caso vostro.

Riuscite a scorgere quel tavolo metallico, quelle cinghie di cuoio che legano un Daniel nudo e tremante, accecato dal faro da interrogatorio? Le ombre inquietanti dei bisturi che si allungano sul vassoio da chirurgo di Alex, la punta affilata dell’ago della siringa, la grossa vena sul collo del poveretto che si gonfia e le sue grida di dolore? Sentite gli spari che rimbombano nel bunker sotto terra e i gemiti eccitanti in quell’auto parcheggiata nel bosco?

“Sono l’uomo nero in un mondo molto oscuro e spaventoso”.

La Meyer non perde un colpo. Chiudendo gli occhi, tutto risulta talmente vicino da poterlo toccare con mano. Tre soggetti in una stanza. Tre protagonisti tra pagine e parole, mescolati ad un rigoroso e faticoso studio multidisciplinare. Un pizzico di chimica, biologia molecolare e medicina. Una cucchiaiata di trappole mortali, armi e droghe. Un cento millilitri di sano e spinto spionaggio e una storiella d’amore a condire. Non è soltanto un racconto d’azione, c’è una dolce componente di affetto qui e lì tra le righe di testo, forzato e non necessario. Sembra quasi abbia voluto alleggerire l’orrore della cruda morte; l’odore acre della paura; l’essenza asfissiante dei gas narcotici; punti forti e salienti che rendono il racconto avvincente ed eccitante.

La Meyer ha dato vita ad un romanzo audace tanto quanto la sua eroina. Ha ricreato una Washington nebulosa, oscura come tenebra, degna di un film di James Bond, perfetta per la colonna sonora di Mission Impossible e un’attuale Mrs Smith. Un po’ meno sexy ma nello stesso modo affascinante. Riempite i polmoni e respiriamo insieme, profondamente. Perché dimenticherete di farlo. Questa è l’esperienza che l’autrice ci regala, pagina dopo pagina: carenza di ossigeno, colpi che rimbombano nel cielo plumbeo.